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Note storiche su Roccella
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Offriamo, a quanti incontrano il nostro sito, queste brevi note storiche su Roccella ricavate dagli ultimi studi
condotti con metodo rigorosamente scientifico. Ci riferiamo in particolare ai seguenti lavori: |
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PER UNA STORIA DI ROCCELLA NELL'ETÀ MODERNA di Gaetano Cingari,
Falzea Edit. - Reggio Calabria; |
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GUIDA A ROCCELLA JONICA, di F. Racco e S.
Scali, ed. Brenner - Cosenza, 1986; |
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La chiesa della Confraternita di San Giuseppe in Roccella, già oratorio dei PP. Riformati
di F. Racco e S. Scali (Chiaravalle Centrale, Frama Sud, 1984); |
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l'articolo intitolato ROCCELLA E SAN VITTORE: archeologia, storia, urbanistica di un centro medievale ricostruita in quattro anni di ricerche sul territorio
della Dott.ssa M. Morrone Naymo, apparso su "Il Cittadino" (Anno III, n. 3 - Luglio 2002); |
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GENERALITÀ - NOTIZIE STORICHE estratte dal Piano regolatore generale di Roccella Jonica curato da P. Spada all'inizio degli anni '80. |
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Non si hanno notizie
precise circa il periodo ed il luogo in cui si stabilirono i primi abitanti di Roccella. I primi insediamenti umani
documentati risalgono alla prima età del ferro come risulta dall'interessante
necropoli, ascritta a questo periodo, ritrovata in zona Sant'Onofrio ai confini col territorio di Caulonia. Dai rinvenimenti effettuati, consistenti in un corredo funerario composto da bronzi, vasi di argilla ed altri oggetti in ferro simili a quelli trovati nella necropoli di Torre Galli (CZ), si ha la certezza che la zona era abitata fin da epoca
preellenica; probabilmente trattavasi di popolazioni d'origine sicula successivamente conquistate e sottomesse dai greci. Fiore e Marafioti sostengono che Roccella sia sorta sulla stessa roccia dove si trovava l'antica
Amphissia, colonia focese, citata da Ovidio nelle Metamorfosi.
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Il Barillaro invece, riferendosi alla battaglia svoltasi sulla Sagra nel 530 a. C. tra Crotoniati e Locresi, ipotizza che la Sagra non sia il fiume Allaro come sostenuto da alcuni storici, ma l'Amusa e che
Amphissia sia sorta sulla destra della fiumara Amusa, in territorio
roccellese.
Vogliamo comunque chiarire questo punto della storia roccellese e cioè l'annosa questione inerente la presunta esistenza della
pòlis magnogreca di Amphisia, da cui Roccella avrebbe tratto le sue origini. Stupisce che ancor oggi coloro che dicono di scrivere di storia paesana riportino come dato storico incontestabile l'esistenza di questo centro megaloellenico, ricollegandosi acriticamente alla suddetta tradizione.
È opportuno rilevare che l'unica fonte a riguardo della questione Amphisia è un verso delle
Metamorfosi di Ovidio (XV, 703 ss.), che recita: "Linquit [Aesculapius]
Iapygiam levibusque Amphisia remis / Saxa fugit, dextra praerupta Cocynthia parte / Zephiriumque legit, Naritiamque, Cauloniamque, / Evincitque fretum, Siculique Angusta
Pelori".
All'infuori di questo, non è ancora scaturita alcuna prova certa, soprattutto archeologica, a fondamento di questa tesi.
Al periodo greco sono seguiti quello romano e quello bizantino dei quali si hanno ancora scarse notizie. Sicuramente, in pieno Medio Evo, Roccella sorgeva quasi come centro fortificato nella zona dove oggi si trova la piazza S. Vittorio; tale abitato doveva la sua esistenza alla presenza di un punto di approdo per scambi commerciali.
L'arroccamento dell'abitato nel luogo dove sorgeva la fortezza dovette avvenire in seguito, probabilmente nella tarda età bizantina o normanna, a causa delle frequenti scorrerie piratesche; l'abitato di S. Vittore fu così abbandonato e nel sito continuò a sopravvivere soltanto l'attività commerciale legata all'approdo.
La città di Roccella fu edificata, dunque, sulla rocca, cinta di mura e dotata di un Castello con funzione prettamente militare
situato sulla collina di Pizzofalcone; al centro della cittadina, che occupava la parte più ampia della rocca, più protesa verso il mare, fu edificata già nel Medioevo la Chiesa Matrice e, accanto, un modesto Palazzo Feudale. In età angioina il castello accrebbe notevolmente la sua importanza diventando preminente su tutta la zona.
Galeotto Bardassino, primo marchese di Roccella, la perse quando ribellatosi ad Alfonso di Aragona, fu da questi assediato e sconfitto.
Nel 1462 Roccella passò ad Antonio Centelles che la perse a sua volta per aver partecipato alla congiura dei baroni contro Ferdinando d'Aragona, il quale nel 1479 la vendette insieme a Castelvetere, l'attuale Caulonia, a
Iacopo Carafa.
I Carafa, che nel 1594 assunsero il titolo di principi, tennero ininterrottamente Roccella fino a quando, nell'anno 1806, venne abolito il
feudalesimo.
Per privilegio concesso da Carlo V Roccella si fregiò del titolo di
Città e, stretta intorno al suo castello, fu sempre inespugnabile
anche quando venne assediata da
Dragut Pascià (costui pur avendo saccheggiato tutta la zona di
Reggio, a Roccella, al contrario, subì ingenti perdite e la distruzione di gran parte delle centocinquanta galere con le quali si
era presentato nello specchio d'acqua prospiciente il castello) nel 1553 e da
Hassan Cigala nel 1594. Un'altra incursione di Turchi, guidata da Aramut Rais il venerdì santo del 1599 fu ugualmente respinta dai Roccellesi.
La storia di Roccella si identifica in gran parte con quella del suo castello e del suo antico borgo.
Nel corso dei secoli, per la sua posizione geografica e politica (sede del principato Carafa), Roccella non passò inosservata ai vari
viaggiatori che attraversarono questi lidi. Questi scrittori, più o meno dettagliatamente, tracciarono una descrizione del paese, osannandone la poderosa bellezza della rocca, la cordiale ospitalità degli abitanti e soprattutto la famiglia Carafa,
illustrissima di sangue.
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| A Jacopo Carafa succede il figlio, il moderato e munifico Vincenzo, il quale riuscirà ad insediarsi nel 1505. Poco più tardi seguì il principe
Fabrizio Carafa (1574-1629) che fu uno dei maggiori persecutori di
Tommaso Campanella. |
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Intanto, la fascia costiera situata sotto la rocca non rimase completamente disabitata: accanto alla Chiesa di S. Vittore, nel 1584, si verrà ad aggiungere il Convento dei Minimi Paolotti, e già, dalla prima metà del XVI sec., la Chiesa di S. Antonio Abate con un piccolo nucleo di case dei pescatori.
Più a monte, proprio sotto la rupe, nel primo quarto del XVII secolo sorgerà la Chiesa della Concezione (oggi S. Giuseppe) con l'annesso Convento dei Riformati;
quindi, tra il 1614 ed 1629, la Chiesa di S. Giovanni Battista con il Priorato dell'ordine di Malta, sulla strada che conduceva alla Porta della cittadella
(oggi V. Vittorio Emanuele).
Dalle accurate ricerche condotte dalla dott.ssa Morrone Naymo
sembrerebbe che all'inizio di questa strada era collocato, già nel XVII secolo, un arco
che fungeva da prima porta dell'abitato fuori le mura, accanto al vallone S.
Vittore (vallone Pistonello), sulla sponda opposta al Convento dei Minimi. Non è escluso che già dal XVII sec. ci fosse un piccolo nucleo abitato lungo il Dromo, l'antica strada costiera che, giunta a Roccella, saliva verso la rupe; lo stesso nome odierno di questo quartiere, il
Borgo, lascia intendere la funzione di primo abitato fuori le mura. Altre ville gentilizie sorgevano sparse nella campagna sottostante la cittadella, tra cui quella 'balneare' dei principi Carafa.
Un sensibile cambiamento nell'assetto urbanistico e architettonico della cittadella, si mise in atto nel XVIII secolo, allorquando il ramo cadetto della famiglia Carafa, quello dei Duchi di Bruzzano, si insediò nel principato di Roccella. Il primo e più cospicuo intervento fu attuato sul Palazzo feudale: acquistate alcune case limitrofe, il Principe Vincenzo Carafa fece ampliare il vecchio edificio verso sud, inglobando le case acquisite; venne realizzato così, tra il 1706 ed il 1726 il grandioso Palazzo barocco che è giunto fino a noi; contemporaneamente attuò un piano urbanistico grazie al quale furono creati nuovi spazi nella cittadella abbattendo altre case; inoltre fu costruito il fronte bastionato della cortina muraria all'ingresso della città, sottostante lo stesso Palazzo.
Il lento spostamento dell'abitato dalla rocca alla pianura sottostante, ricevette il colpo decisivo dal terremoto del 1783 che arrecò danni al Palazzo, alla Chiesa Matrice
e a molti altri edifici. Fuori le mura anche il Convento dei Riformati fu distrutto e mai più ricostruito, mentre il Convento dei Minimi Paolotti subì gravissimi danni, ma fu ricostruito. Sulla 'Città' rimase ancora qualche sparuto abitante fino alla metà dell'800, poi fu definitivamente abbandonata insieme al suo bel Palazzo Carafa, per essere trasferita completamente sulla costa.
Roccella che nel 1276 contava 554 abitanti, con i Carafa ebbe un notevole incremento passando presto da borgo a paese. La struttura
urbana si espanse rapidamente lungo l'attuale Via Garibaldi quale principale direttrice del suo sviluppo, tanto che alla fine nel Settecento il centro contava ben 3.400 abitanti.
Con l'abolizione del feudalesimo la crescita della città non conobbe soste; le aree lasciate originariamente avanti agli edifici, per far fronte alle esigenze dei lavori agricoli, sotto la spinta demografica ed a causa del loro aumentato valore, presto cominciarono a chiudersi sui lati, dando luogo alla struttura urbana che ancora oggi caratterizza la parte antica della città formata da schiere prospettanti su stretti vicoli con orti e giardini interni.
Con la costruzione della S. S. 106 e della ferrovia Reggio-Taranto l'area urbana, in continua crescita, si espanse in direzione del mare interessando tutta la fascia compresa tra l'attuale Viale Trastevere e la Via Zirgone.
La 106 divenne così il nuovo punto di riferimento della città che si completò rapidamente fino alle attuali dimensioni: nell'anno 1849 Roccella contava 4.676 abitanti, 6.278 nell'anno 1871, 6.869 nell'anno 1911, 7287 nell'anno 1921, 7.807 nell'anno 1931 e ben 8.128 nell'anno 1951.
La rivoluzione economica ed industriale che ha investito i paesi occidentali nella prima metà del '900 ha notevolmente influito sui costumi della centenaria comunità roccellese alla quale è rimasta, come valvola di sfogo, l'emigrazione da prima oltreoceano e successivamente verso i paesi dell'Europa occidentale e verso il nord Italia.
La popolazione si è così ridotta progressivamente fino ai 6.969 abitanti nell'anno 1969 ed ai 6.288 abitanti nell'anno 1975 che rappresenta il minimo storico verificatosi dopo il 1900.
Ciò naturalmente ha contribuito a modificare la struttura socio-economica di Roccella. Le attività primarie della popolazione roccellese sono state per secoli costanti e rivolte alla pesca, all'agricoltura, alla pastorizia, al commercio ed all'artigianato. Attualmente la situazione è notevolmente mutata; la coltivazione
d' 'u síricu (del baco da seta) e la produzione di questo tessuto sono completamente cessate, l'arte dei valenti
argagnari i 'mastri vasai', una volta eccezionali modellatori di búmbuli, cortari
e giarri ben conosciute oltre i confini della Calabria si è praticamente dispersa, la pesca e la pastorizia vengono praticate ormai solo da qualche famiglia, l'agricoltura è sparita o sopravvissuta soltanto dove le condizioni e la natura del terreno lo hanno consentito e come è stato possibile disporre di acqua per irrigazione.
Venute meno le tradizionali produzioni della lana, dei formaggi, del pesce salato ecc. anche il commercio, che veniva praticato via mare, è venuto a cessare.
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Potremmo continuare col raccontare la storia dei nostri tempi, ma pensiamo non valga la pena
farlo, in quanto, ai fini della ricerca che stiamo conducendo sulle tradizioni e sulle antiche attività dei roccellesi, interessa avere presente solo come sfondo tutto quel periodo storico in cui la nostra gente si è adoperata per esercitare attività economiche legate a precise condizioni ambientali. Non possiamo comunque
nascondere che da queste note storiche parte la spinta che anima i componenti di "ROCCELLA COM'ERA" a cercare di fare qualcosa per impedire il completo oblio di quanto è stato realizzato dalle generazioni precedenti, vissute con
abnegazione e generosità, evidenziando capacità e inventiva nel
cercare di migliorare le loro condizioni umane, familiari e sociali.
A questo nostro popolo dimenticato (come a tutti gli altri popoli del Terra, che hanno operato in silenzio, affrontando innumerevoli sacrifici nel corso dei secoli,
ignorati non soltanto dalla Storia ufficiale, ma anche dai tempi e dalla società in cui si
sono trovati a vivere), sentiamo il dovere di dedicare ogni nostro sforzo per cercare di
restituirgli una dignità e una dimensione che probabilmente gli sono state poco o mai
riconosciute.
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FINE
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