E. Lear a Roccella

13 Agosto 1847 - … Dopo aver lasciato alla nostra destra la Marina di Siderno (pare che sia il più attivo tra i piccoli porti di questa costa) discendemmo verso il mare in direzione nord; poi dopo aver percorso un sentiero lunghissimo, tra oliveti e coltivazioni di fichi, giungemmo alla spiaggia. Roccella sul suo cocuzzolo di roccia, bellissima da ritrarre anche vista da Gerace, diventava sempre più splendida man mano che avanzavamo verso il paese. Oramai era tardi, però, ed il sole era talmente basso che dovetti addirittura correre per trovare una postazione dalla parte del mare, tra aloe ed uliveti, sufficientemente vicina da ritrarre lo splendido profilo che si stagliava dinanzi a me.

Quando il sole tramontò, mancavano ancora tre miglia alla città: il terreno era piatto, interrotto da insidiosi precipizi, cosicché il ritardo del nostro arrivo fu tanto inatteso quanto inevitabile. Gruppi di contadini ci passarono accanto, suonando allegramente le zampogne; mentre il cielo diventava sempre piú buio e, le stelle brillavano, giungemmo ai piedi dei sobborghi di Roccella. Un tempo roccaforte della famiglia Caraffa, essa era attualmente un insieme di case sparse in basso, con un pugno di altre abitazioni arroccate sulla roccia, ove si trovava una seconda fortezza. Ci fu detto che Don Giuseppe Nanni, al quale era indirizzata la nostra lettera di presentazione, abitava vicino al castello.

Ci arrampicammo dunque sulla roccia superiore, passando sotto arcate nere e passaggi, finché giungemmo ad una piazza circondata da case: tutte, come potemmo vedere dai muri fatiscenti che si stagliavano contro il cielo, erano in completa rovina.
Ciccio gridò qualcosa, ma nessun segno di vita si palesò in quel buio totale. Ci dirigemmo verso un angolo della piazza... ma era bloccato da un muro; imboccando un'altra direzione si andava ad inciampare in alcuni cavalli addormentati; un'altra stradina, poi, conduceva ad un precipizio. In preda alla disperazione, non ci rimaneva altro che chiamare a gran voce "Ai! Ai! Don Giuseppe Nanni! Ooó! Ai Ai!" fino a quando le nostre voci divennero rauche: non sembrava esservi altro modo per attirare l'attenzione di qualcuno. 

Finalmente (come se non fosse stato fatto davvero l'impossibile per risvegliare tutto il vicinato) apparve un uomo, come per caso, dalle rovine annerite. Aveva in mano una luce molto flebile e ci disse con gentilezza: "Cosa cercate?" - "Cerchiamo la casa di Don Giuseppe Nanni" rispondemmo. "È questa" ci disse, e lo seguimmo con grande piacere verso quello stesso palazzo sotto le cui finestre avevamo urlato per tutta quell'ora. Si trattava di un edificio molto antico, con le stanze piccole, costruito a ridosso della roccia e proprio al limite estremo del precipizio che dominava il mare. Come al solito, fummo ricevuti cordialmente dalla famiglia: Don Giuseppe, Don Aristide, il canonico, e Don Ferdinando. Durante le due ore, tristissime, che precedettero la cena, restammo seduti a guardare le stelle oppure ad ascoltare la melodia delle civette che si rispondevano l'un l'altra dalle rupi che si stagliavano sulle nostre teste. Ce la cavammo anche con una certa maestria dinanzi alle, al solito, domande sul tunnel e sui prodotti agricoli inglesi, sebbene debba confessare che più di una volta caddi addormentato per poi risvegliarmi di botto e rispondere a caso, in maniera vaga, a quella tortura catechistica applicata. Non vi dirò tutti i prodotti che dovetti negare in quanto NON appartenenti alla natura inglese: cammelli, cocciniglie, cavalli marini o polvere d'oro; per quanto riguardava il celebre tunnel, poi, temo di aver esagerato nell'attribuirgli, in preda alla sonnolenza, troppe qualità straordinarie. 

Finalmente fu annunciata la cena e fummo raggiunti dalla bella moglie di Don Ferdinando e da altre donne della famiglia le quali, a mio parere, non parteciparono granché alla conversazione. Gli ornamenti della tavola erano costituiti da frutta e verdura di vario genere. La popolazione di Roccella era particolarmente orgogliosa della produzione e coltivazione della frutta, cosicché quando osammo affermare di avere della frutta anche noi in Inghilterra, fummo accolti da malcelata incredulità. "Ammettete di non avere vino, né arance, né olive, né fichi: come 'potete' avere dunque mele, pere o prugne? È assodato che 'nessun' frutto può crescere in Inghilterra, solo patate e nient'altro: è cosa nota. Perché, allora, ci dite che ciò non è vero?"
Era evidente che ci stavano osservando come se fossimo degli impostori vagabondi.
"Ma davvero", rispondemmo umilmente "davvero abbiamo dei frutti... e di più, ne abbiamo certi frutti…e di più, ne abbiamo certi frutti che loro non hanno affatto". All'udire quest'affermazione, risate soffocate e ghigni sdegnosi riuscirono a pungere sul vivo i nostri sentimenti patriottici.
"O che mai frutti possono avere loro che non abbiamo noi? 0 quanto ci burlano! Nominateli, dunque, questi vostri frutti favolosi!" .
"Giacché volete sapere", rispondemmo "abbiamo Currants, abbiamo Gooseberries, abbiamo Greengages".
"E che cosa sono Gooseberries e Gringhegi?" chiesero tutti adirati. "Non ci sono queste cose, sono sogni".
E così terminammo la nostra cena in silenzio, quasi convinti di aver raccontato delle frottole: che l'uvaspina era irreale e frutto della fantasia, e che le susine erano un sogno.

14 AGOSTO - …Fummo assorbiti dalla nostra occupazione fino a mezzodì; la città e la rocca rappresentavano un piccolo mondo di scenico splendore e, al di là delle varie bellezze che caratterizzavano Roccella nel suo insieme, vi erano anche dettagli deliziosi (comprese le palme ed ogni altra sorta di piante). La famiglia Nanni era molto cordiale, tuttavia meno raffinata degli Scaglione di Gerace. Per il pranzo avevano fatto preparare alcuni piatti con le pere e le mele più grandi che si potessero trovare a Roccella; dopo avercele offerte al termine del pasto si erano messi a spiare i nostri volti alla ricerca di qualche segno di mortificazione. Evidentemente attribuivano la nostra mancanza di stupore al fatto che avessimo deliberatamente deciso di non dire la verità, tacendo delle ovvie carenze nell'orticoltura del nostro paese.

Alle due e mezzo lasciammo Roccella, senz'altro uno dei più bei paesaggi costieri della Calabria meridionale. Dopo aver girato la punta del promontorio proseguimmo verso nord camminando lungo la spiaggia. Tanto grande era la tentazione di fermarci a disegnare, pero, che ormai non c'era più alcuna speranza di poter giungere a Stilo prima di notte.

Edward Lear
dal Journals of a landscape pointer in Southern Calabria (1847)

Indietro