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E. Lear a Roccella |
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Quando il sole tramontò, mancavano ancora tre miglia alla città: il terreno era piatto, interrotto da insidiosi precipizi, cosicché il ritardo del nostro arrivo fu tanto inatteso quanto inevitabile. Gruppi di contadini ci passarono accanto, suonando allegramente le zampogne; mentre il cielo diventava sempre piú buio e, le stelle brillavano, giungemmo ai piedi dei sobborghi di Roccella. Un tempo roccaforte della famiglia Caraffa, essa era attualmente un insieme di case sparse in basso, con un pugno di altre abitazioni arroccate sulla roccia, ove si trovava una seconda fortezza. Ci fu detto che Don Giuseppe Nanni, al quale era indirizzata la nostra lettera di presentazione, abitava vicino al castello. Ci arrampicammo dunque sulla roccia superiore, passando sotto arcate nere e passaggi, finché giungemmo ad una piazza circondata da case: tutte, come potemmo vedere dai muri fatiscenti che si stagliavano contro il cielo, erano in completa rovina. Finalmente (come se non fosse stato fatto davvero l'impossibile per risvegliare tutto il vicinato) apparve un uomo, come per caso, dalle rovine annerite. Aveva in mano una luce molto flebile e ci disse con gentilezza: "Cosa cercate?" - "Cerchiamo la casa di Don Giuseppe Nanni" rispondemmo. "È questa" ci disse, e lo seguimmo con grande piacere verso quello stesso palazzo sotto le cui finestre avevamo urlato per tutta quell'ora. Si trattava di un edificio molto antico, con le stanze piccole, costruito a ridosso della roccia e proprio al limite estremo del precipizio che dominava il mare. Come al solito, fummo ricevuti cordialmente dalla famiglia: Don Giuseppe, Don Aristide, il canonico, e Don Ferdinando. Durante le due ore, tristissime, che precedettero la cena, restammo seduti a guardare le stelle oppure ad ascoltare la melodia delle civette che si rispondevano l'un l'altra dalle rupi che si stagliavano sulle nostre teste. Ce la cavammo anche con una certa maestria dinanzi alle, al solito, domande sul tunnel e sui prodotti agricoli inglesi, sebbene debba confessare che più di una volta caddi addormentato per poi risvegliarmi di botto e rispondere a caso, in maniera vaga, a quella tortura catechistica applicata. Non vi dirò tutti i prodotti che dovetti negare in quanto NON appartenenti alla natura inglese: cammelli, cocciniglie, cavalli marini o polvere d'oro; per quanto riguardava il celebre tunnel, poi, temo di aver esagerato nell'attribuirgli, in preda alla sonnolenza, troppe qualità straordinarie. Finalmente fu annunciata la cena e fummo raggiunti dalla bella moglie di Don Ferdinando e da altre donne della famiglia le quali, a mio parere, non parteciparono granché alla conversazione. Gli ornamenti della tavola erano costituiti da frutta e verdura di vario genere. La popolazione di Roccella era particolarmente orgogliosa della produzione e coltivazione della frutta, cosicché quando osammo affermare di avere della frutta anche noi in Inghilterra, fummo accolti da malcelata incredulità.
"Ammettete di non avere vino, né arance, né olive, né fichi: come 'potete' avere dunque mele, pere o prugne? È assodato che 'nessun' frutto può crescere in Inghilterra, solo patate e nient'altro: è cosa nota. Perché, allora, ci dite che ciò non è vero?" 14 AGOSTO - …Fummo assorbiti dalla nostra occupazione fino a mezzodì; la città e la rocca rappresentavano un piccolo mondo di scenico splendore e, al di là delle varie bellezze che caratterizzavano Roccella nel suo insieme, vi erano anche dettagli deliziosi (comprese le palme ed ogni altra sorta di piante). La famiglia Nanni era molto cordiale, tuttavia meno raffinata degli Scaglione di Gerace. Per il pranzo avevano fatto preparare alcuni piatti con le pere e le mele più grandi che si potessero trovare a Roccella; dopo avercele offerte al termine del pasto si erano messi a spiare i nostri volti alla ricerca di qualche segno di mortificazione. Evidentemente attribuivano la nostra mancanza di stupore al fatto che avessimo deliberatamente deciso di non dire la verità, tacendo delle ovvie carenze nell'orticoltura del nostro paese. Alle due e mezzo lasciammo Roccella, senz'altro uno dei più bei paesaggi costieri della Calabria meridionale. Dopo aver girato la punta del promontorio proseguimmo verso nord camminando lungo la spiaggia. Tanto grande era la tentazione di fermarci a disegnare, pero, che ormai non c'era più alcuna speranza di poter giungere a Stilo prima di notte. |
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Edward Lear |